La pellicola, del 1977, si sviluppa nella borgata romana genitrice di due gemelli, il "Gobbo", e "er Monnezza" - interpretati entrambi da uno strepitoso Tomas Milian, forse nella sua più grande interpretazione cinematografica - che hanno un rapporto tenero e conflittuale allo stesso tempo.
Umberto Lenzi, regista e sceneggiatore, ha cercato, riuscendoci, di realizzare un film che denunciasse la difficile esistenza di due ragazzi nati e cresciuti nella periferia della Capitale, destinati a vivere ai margini della società civilizzata, senza alcuna possibilità di cambiare la loro triste condizione.
Er Monnezza vive di espedienti e piccoli lavoretti saltuari, mentre il Gobbo è costretto alla delinquenza più spietata. Il linguaggio usato dai gemelli è sicuramente volgare e pittoresco, ma è anche indice di insofferenza e angosciante condizione, in cui il turpilquio è l'unico mezzo per farsi notare e far comprendere agli altri, e soprattutto a se stessi, che si è vivi.
Il Gobbo, (il protagonista assoluto del film), tornato a Roma dalla Corsica, si mette subito in affari con "er Sogliola", "l'Albanese" e Perrone, ma questi lo tradiscono cercando di ucciderlo. Dopo essere fuggito per le fogne capitoline, egli si vendica ammazzando spietatamente i tre delinquenti, ed è a questo punto che il regista ci propone un uomo solo e infelice, che trova nella vendetta la sua unica risposta alla vita.
Per non distogliere l'attenzione dal Gobbo, Lenzi non dà molto spazio alla polizia e soprattutto al commissario Sarti, interpretato da un Pino Colizzi tanto incolore quanto anonimo, mentre più convincente appare Isa Danieli nel ruolo della prostituta dal cuore d'oro amante del gobbo.
E' questo sventurato delinquente il gran mattatore del film, che raggiunge vette di straordinaria commozione quando in un night club, davanti alla Roma bene, si esibisce in un drammatico spettacolo denunciando la società di averlo ucciso sin dalla nascita, per quell'odioso fardello sulla schiena che la natura gli ha donato.
Il Gobbo, disperato, muore precipitando da un ponte a gran velocità sulla sua Giulia. inseguito dalla polizia. La lettera che Vincenzo Marazzi detto Er Gobbo lascia a suo fratello ci fa comprendere di quanto amore il suo cuore sia colmo, nonostante la sua bruttezza esteriore.
La gente perbene non lo ha accettato mai, e lui, solo ed emarginato, preferirà la morte paradossalmente meno fredda e più dignitosa.
IPSE DIXIT (a cura di Franco Grattarola)
[…] Nei dialoghi non mancano annotazioni sociologiche un po’ superficiali per essere convincenti, ma tutto sommato “La banda del gobbo”, un film d’azione, funziona bene anche perché i protagonisti sono simpatici e dipinti con buon mestiere.
F.Br. - Il Giorno - 20/08/1977
Se è tanto simpatico e popolare questo Tomas Milian nelle sue macchiette di banditello romanesco, sempre pronto a beffarsi della polizia e ad esprimersi con squallido linguaggio da trivio, perché non servirlo doppio all’inclito pubblico di periferia? Ed ecco la “brillante” idea del regista Umberto Lenzi, responsabile anche del soggetto e della sceneggiatura di La banda del gobbo, di propinarci con un solo film e col medesimo attore due versioni analoghe del nostro bulletto di quartiere. […] Inutile aggiungere che tutto si svolge in assoluto difetto d’immaginazione, fra sbirri che si agitano, sfoggi di violenza, inseguimenti d’auto, e l’immancabile prostituta dal cuore d’oro.
L.A. (Leonardo Autera) - Corriere della Sera - 10/09/1977
[…] Si tratta di un nuovo episodio delle avventure di “Monnezza”, il borgataro romano già protagonista dei campioni d’incasso “Il trucido e lo sbirro” e “La banda del trucido”. […] Anche questa volta c’è Tomas Milian addirittura in doppio ruolo: quello di “monnezza” e di un suo fratello gemello, ma con in più una vistosa gobba. […] Rispetto ai due precedenti, il film non presenta molte novità. Un linguaggio piuttosto colorito, molta azione e una descrizione di ambiente alquanto sommaria e improbabile. Di nuovo c’è invece l’abbandono di un certo qualunquismo forcaiolo che aveva caratterizzato finora il “poliziesco all’italiana” e dal quale lo stesso Lenzi non era rimasto troppo immune. Comunque il regista ha ormai una grossa esperienza nel genere e conosce a menadito le corde da toccare per far presa sul pubblico. Il quale non mancherà di apprezzare la versatile esuberanza del doppio Tomas Milian, che è ormai un notevole caratterista anche se non sempre sfruttato come dovrebbe.
Leo - Il Messaggero - 11/09/1977
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