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 << I film della Pollanet Squad (POLIZIESCO) >> 
Uomini si nasce poliziotti si muore (1976)  
Con
Marc Porel
(Doppiato da Manlio De Angelis)
Alfredo

Ray Lovelock
(Doppiato da Cesare Barbetti)
Antonio

Adolfo Celi
Commissario

Franco Citti
(Doppiato da Ferruccio Amendola)
Ruggero Ruggerini

Silvia Dionisio
(Doppiato da Vittoria Febbi)
Norma

Marino Masé
(Doppiato da Michele Gammino)
Guido Oddi

Renato Salvatori
(Doppiato da Giuseppe Rinaldi)
Roberto Pasquini "Bibi"

Angelo Boscariol
 (*)

Tom Felleghi
 (*)

Gina Mascetti
 (*)

Sandro Scarchilli
 (*)

Nestore Cavaricci
Poliziotto (*)

Anja Engström
Ragazza svedese (*)

Benito Pacifico
 (*)

Ruggero Deodato
 (*)

Alvaro Vitali
 (*)

Marcello Verziera
Delinquente in motocicletta (*)

Sofia Dionisio
 (*)

Enrico Chiappafreddo
(Doppiato da Sergio Fiorentini)
 (*)

Bruno Corazzari
 (*)

Bruno Di Luia
Killer (*)

Claudio Nicastro
(Doppiato da Arturo Dominici)
 (*)

Daniele Dublino
(Doppiato da Gianfranco Bellini)
Commissario corrotto (*)

Enzo Pulcrano
(Doppiato da Glauco Onorato)
Uomo di Pasquini (*)

Flora Carosello
Sora Rosa (*)

Gino Pagnani
 (*)

Gilberto Galimberti
 (*)

Attilio Pelegatti
Poliziotto (*)

Margherita Horowitz
 (*)

Pietro Ceccarelli
Uomo a guardia della bisca (*)

Marcello Monti
 (*)

Massimo Ciprari
Tiratore scelto (*)

(*) non accreditato




"[…] Impostato secondo le norme che regolano trame del genere, il film si risolve nei soliti inseguimenti, nelle solite sparatorie, nelle stragi di rito, contribuendo con la sua truculenza solo ad una esaltazione che sarebbe, invece, molto meglio evitare. A prescindere, tuttavia, da questo inconcepibile osanna alla violenza, il film è di fattura discreta, specie nell’azione che il regista Ruggero Deodato ha sviluppato con evidente sostenutezza. Volenterosa l’interpretazione di Marc Porel e di Ray Lovelock al cui fianco figurano Franco Citti, Renato Salvatori e Adolfo Celi."
Cer - Il Messaggero - 08/05/1976


Un originale intrusione dell'eclettico regista nel genere da noi amatissimo cui aggiunge impertinente, un'asciutta ironia dietro la quale si assiepa minaccioso lo splatter più rozzo. Il film si apre infatti con una delle scene di scippo più violente del cinema poliziesco italiano, con una donna scaraventata a terra e presa a calci in bocca sotto gli occhi di un atterrito Babbo Natale perchè non vuole mollare i valori appena ritirati dalla banca. Deodato sonda a modo suo l'universo polizia attraverso le facce angeliche (e solo quelle) di due poliziotti, Antonio (Marc Porel) e Alfredo (Ray Lovelock), amici per la pelle ai limiti dell'omosessualità più sfrenata, che risolvono i casi loro assegnati in modo risoluto e mai pietoso, lasciandosi dietro scie trasudanti sangue (quello dei malviventi) puniti con la pena capitale dagli efebi giustizieri. Il film è pervaso in tutta la sua evoluzione da un acceso anti-animalismo sempre presente peraltro nell'intera cinematografia deodatiana: basti ricordare il film capolavoro del regista "Cannibal Holocaust" in cui si uccidono a ripetizione un topo muschiato, una scimmia, un cinghialotto e così via. Non passa infatti inosservata la sequenza in cui un cane guida al guinzaglio di un non vedente viene travolto senza appello, da una moto spregiudicata presa da un'insana terribile follia. Adolfo Celi è il solido commissario capo che stigmatizza, solo all'apparenza, i metodi sbrigativi dei due amici poliziotti, aiutandoli e appoggiandoli però nel momento del bisogno, poiché nonostante tutto l'unica arma da contrapporre alla violenza è una violenza più cinica, più totale, che tolga dalla società civile il marcio nauseabondo sempre vivo nelle forme più svariate. Il corpo centrale del film si snoda sulla caccia a Roberto Pasquini, spietato malvivente di professione biscazziere, impersonato dall'ex povero ma bello Renato Salvatori, che tira le fila del gioco d'azzardo in tutto l'hinterland capitolino. A completare il cast ci sono due volti noti del panorama poliziesco e dell'intero cinema di genere, Marino Masè e Franco Citti, che però fanno poco più di un apparizione: stroncato da una scarica di fucile a pompa il primo dopo pochi fotogrammi, e raggiunto dalla giustizia terrena molto prima di quella divina il secondo. Merita di essere annotato l'interessante giudizio che il regista esprime sul movimento femminista vivissimo negli anni settanta. La donna è debole, e sempre sottomessa al volere del maschio dominatore, che può usufruire del corpo della femmina in qualsiasi momento e a suo piacimento, anche quando la starlette di turno è quel gran pezzo di fresca di Silvia Dionisio che (all'epoca) di Deodato era la moglie nella vita reale. Per Deodato l'animalismo, il femminismo, il garantismo sono tutte fregnacce degne del disprezzo più bieco perché l'esistenza esula da qualsiasi artifizio ideologico il cui unico verbo è la sottomissione totale del cittadino. Evviva l'apoliticità di Ruggiero.
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