A cura della Pollanet Squad
La
tranquillità e la monotonìa di una piccola cittadina di
provincia come tante altre vengono bruscamente interrotte da
una serie di morti violente, legate a un giro pesante di carte
e di soldi che spesso vanno e quasi mai vengono.
Lo
sceneggiato si apre proprio con gli ultimi minuti di vita di
Sandro Tommasi, ragazzo giovane e un pò scapestrato che
finisce i suoi giorni in uno spaventoso incidente lungo una
strada interrotta per frana, peraltro regolarmente segnalata,
mentre si reca a riferire importanti novità a Padre Felice
(Daniele Dublino), suo confessore e maestro di vita.
Disgrazia?
Suicidio? O qualcosa di altro?
Il
dubbio in realtà tormenta poco il telespettatore, che vede
distintamente un'ombra e la sua mano stronza e misteriosa
scansare accuratamente i cartelli di avviso e poi gustarsi la
catapulta e le evoluzioni della otteccinquanta di Tommasi giù
dal dirupo fino all'esplosione finale.
Ma
crede pochino all'ipotesi del suicidio anche il commissario
Selvaggi (Mariano Rigillo), che inizia a scavare nel giro
delle amicizie più strette e viziose del Tommasi: il sordido
farmacista Marilli (Luciano Melani), lo squallido professor
Marzi (Claudio Valli), la vedova e ricca bottegaia Lorenza
Volpe (Maria Grazia Grassini), la giovane Elena Sirente
(Maddalena Crippa) figlia di un noto esponente politico, e per
ultimo l'ambiguo pittore D'Armini (Cristiano Censi) che non
gli resterà molto da vivere per godersi un'inaspettata
fortuna sul tavolo da poker e nella vita professionale.
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Altri
personaggi indecifrabili come Nico (Antonio Fattorini) e suo
fratello Benedetto (Raffaele Curi) o la cassiera dell'emporio,
Giovanna (Barbara Nay), si aggiungono all'intricata matassa e
spesso ci lasciano anche le bucce, ma la chiave di volta di
tutta la questione sembra essere una banconota da centomila
beffardamente scarabocchiata e un misterioso codice che fa
riferimento a un numero di telefono, o forse a un c/c
bancario, o forse chissà.
Solo
l'arguzia e un pò di culo del commissario riuscirà a venire
a capo di tutta la storia, che ha il suo drammatico ed
affannoso epilogo lì dove era cominciata, tra le montagne
impervie e i boschi inviolati dell'Abruzzo, in una 850 con una
vita spezzata dall'ingordigia umana.
Sullo
sfondo di una storia complicata di disgrazie che assomigliano
ad assassinii e di sventure che si trasformano in omicidi,
Leonardo Cortese disegna un particolare quadro delle miserie e
degli splendori della provincia italiana, tra omuncoli che
preferiscono far morire dissanguato un amico piuttosto che
veder intaccata la propria reputazione e le splendidi e
decadenti locations nel centro storico de L'Aquila e
del comprensorio marsicano.
Il
regista utilizza perfino un insistito monologo della serva
Rosina, davanti al commissario e al Procuratore, in uno
stretto e bizzarro vernacolo aquilano, per ribadire il
soggetto fortemente accentrato sul territorio della vicenda,
senza con questo appesantire la narrazione della storia.
Nonostante
alcuni momenti non del tutto convincenti, infatti, il racconto
è molto ben congegnato e risulta appassionante grazie anche a
un montaggio molto efficace e a un tema musicale di fondo
azzeccatissimo.
Alla
buona riuscita della realizzazione contribuisce non poco il
cast, con tutti gli attori più familiari dello sceneggiato
made in RAI-TV, da Mariano Rigillo a Maria Grazia Grassini, da
Antonio Fattorini a Luciano Melani.
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